24 Mesures
300
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IL CAIMANO di Nanni Moretti
Un film fatto di rovine. Brandelli di un amore finito senza un vero perché, un maglione strappato con rabbia, detriti confusi di film dimenticati (Gian Maria… Gian Maria...), squarci di film solo sognati, frammenti di trash riciclato e rivalutato come “resistenza alla dittatura del film d’autore”, una ruspa che demolisce un teatro di posa, già devastato dalle televendite di divani, un tetto sfondato da una valigia di soldi sospetti, pezzi sparsi di Lego. Macerie di un Paese, affondato nel qualunquismo, nell’inazione, nel grigiore. Rottami di un Cinema che non riesce più a raccontarci. Storia di un film che (non) si farà, ipotesi di una biografia visionaria del Cavaliere e dello specchio scuro della coscienza nazionale che è finito per rappresentare.
Regia rischiosamente neutra, pulita, netta che riesce ad amalgamare i diversi registri in una commedia (sì, una commedia) inquieta e inquietante, un prisma disincantato e tagliente sulla bruttezza privata e politica di cui ci siamo circondati. La nostra storia, la cronaca dei nostri giorni è diventata un b-movie. Nel migliore dei casi, un film sentimental-borghese, medio, garbatamente accorato. Nel frattempo una nave si allontana sulla strada, di notte, relitto del nostro immaginario agonizzante.
Ma c’è ancora tempo per alzare la testa e girare almeno una scena. E non è un musical liberatorio stavolta (bellissima la sequenza “ballata” della costruzione del set al ritmo di “Ya Rayah” di Kahled, Rachid Taha e Faudel ma il pasticcere trotzkista deve ancora aspettare) perché purtroppo non è più tempo per commedie in quest’Italietta sospesa tra orrore e folklore. Un finale agghiacciante e potente in cui il Caimano si toglie la maschera, si spoglia di belletti, barzellette, sorrisi da coccodrillo, gaffes planetarie e, attraverso il volto livido di Moretti, in un estremo gioco di specchi e sovrimpressioni, guarda in faccia noi e le nostre responsabilità.
Una condanna, un’esplosione, una silhouette nera, un incendio visto da lontano. Così lontano, così vicino.
Sorridendo, un'apocalisse a portata di mano.

[stupida postilla: a me la criticatissima sequenza sulle note già sentite di “The blower’s daughter” di Damien Rice è piaciuta e non poco, semplice, essenziale, forse banale ma chissenefrega, due auto che si sorpassano e si rincorrono, un saluto reiterato, non rassegnarsi alla scomparsa di un amore.. I can’t take my eyes off of you..]
