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sabato, 20 giugno 2009

OGNI COSA È INSOZZATA



SACRO E PROFANO di Madonna


If you want to reach the sky, fuck a duck and try to fly


La filosofia dell’opera è esposta da subito e servita allo spettatore senza filtri. A.K., immigrato ucraino di stanza a Londra e aspirante (gypsy-punk)rockstar che nel frattempo sbarca il lunario soddisfacendo a pagamento le fantasie sadomaso di svariati gentlemen, si rivolge al pubblico e spiega come il bene e il male, la sporcizia e il candore, il giusto e l’errato siano inestricabilmente legati, quasi fossero un’inclinazione casuale della testa che può risolversi come nulla nella direzione opposta, per arrivare alla conclusione che ad ogni modo without filth there can be no wisdom, without darkness no light. Filosofia più che spicciola, ça va sans dire, ma sciorinata senza alcuna enfasi, anzi col sorriso sminuente dell’ubriaco disincantato, infarcita di sedicenti detti popolari consapevolmente kitsch, e terrignamente laica, nonostante la traduzione italiana del titolo investa sul “sacro e profano” forse per cavalcare l’immagine radicata nell’immaginario provinciale italico della cantante/artista iconoclasta e provocatrice dei dettami vaticani. Sequenza emblematica: la ballerina classica che con leggiadra temerarietà lotta contro uno scarafaggio e vince.




Continua QUI.
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 19:40 | link | commenti (14)
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giovedì, 04 giugno 2009

TRENTAQUATTRO



[time is ticking]
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 23:48 | link | commenti (7)
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sabato, 30 maggio 2009

REGISTI DI MATRIMONI



Mussolini Antichrist Superstar.
Ida Dalser strega al rogo.
Vuota è la stanza del figlio.
Nuova alba sull'Eden, nascita di una nazione.

[In un blog più serio e costante questo sarebbe un "post in attesa" e forse lo è
]
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 05:05 | link | commenti (7)
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venerdì, 08 maggio 2009

LA SCAPPATOIA DELLA SINTESI E NON IL MIGLIORE DEGLI UMORI



NEMICO PUBBLICO N. 1 - L’ORA DELLA FUGA di Jean-François Richet


Sì.
Serrato e impetuoso, il film di Richet va a rotta di collo e come Mesrine sfugge a (quasi) tutto. Alle ideologie, ai manicheismi, all’(anti)eroismo romantico, anche alle tentazioni del “grande affresco d’epoca”. Che c’è, ma tra le pieghe di un cinema gangsteristico brusco, nervoso e aggressivo
(montaggio da applausi) che sa utilizzare al meglio i clichés del genere. Migliore della prima parte che però iniziava con uno split-screen strepitoso e si concludeva con l’immagine più bella del dittico: una chiazza di sangue sul finestrino di un auto che deforma à la Francis Bacon il volto del criminale (magnifico Vincent Cassel).



QUESTIONE DI CUORE di Francesca Archibugi


No.
Ancor di più se penso a quel che ne ho letto e alle mie aspettative. Invece è il solito cinema italiano strascritto e consolatorio, che sfugge ai conflitti anche se sembra occuparsene, che riflette stancamente sul cinema che non c’è più sul trito asse Milano-Roma/centro-periferia e non cerca mai uno sguardo più fresco sulle cose, sulle persone, sui luoghi, che poetizza dove invece andrebbe usato il bisturi. Al pur bravo Kim Rossi Stuart viene affibbiata dall’inizio alla fine l’espressione da sofferente (e simpatico) cristo proletario. La sequenza con Verdone, Sorrentino, Virzì, Lucchetti e la Sandrelli è stupida oltre che brutta. Il personaggio (?) di Villaggio è di un’inutilità becera. E poi quell’immagine di Pasolini che fa casualmente capolino dalla parete di un bar di borgata, basta eh, BASTA.



LEONERA di Pablo Trapero


Beh, sì.
Una giovane donna si scopre madre e impara ad esserlo tra le sbarre di un penitenziario femminile (dove è condannata a soggiornare per un delitto la cui soluzione rimarrà ambigua). Cronaca di una maternità, dunque, e del progressivo abituarsi alla quotidianità di un luogo comunque disumano (il carcere come inferno ma anche rifugio) che Trapero filma con naturalismo crudo ma mai greve, privo di qualsiasi enfasi, attraverso lo sguardo e il corpo di Julia (la bravissima e grintosa Martina Gusman, moglie del regista), ragazza sbandata di buona famiglia che rifonda il proprio esser donna (e madre) da proletaria. La zampata finale e liberatoria della leonessa è uno snodo un po’ facile ma di sicura presa emotiva, l’Argentina fuori dalla gabbia ne esce comunque parecchio malconcia.



ÉLÈVE LIBRE di Joachim Lafosse


No.
Épater les bourgeois per farli stare più comodi sui divani a guardar le “sconcezze” (ovviamente fuori quadro). Apprendistato polisessuale e fallimento intellettual-sentimentale condito di luoghi comuni da posta di Carlo Rossella serviti però in salsa Albert Camus. Sguardo freddamente moraleggiante travestito da mise en scène rigorosa ed equidistante. Personaggi inutilmente odiosi e insistentemente ingessati e il solito rapporto anale eseguito con una velocità sbalorditiva. Teoricamente provocatore, nei fatti decisamente conservatore, mai davvero crudele (giusto un lampo nell’inquadratura finale). Avrei dovuto capire già tutto dall’altisonante epigrafe iniziale: “à nos limites” (!). L’hanno paragonato persino a Pialat, a me sembra un grosso abbaglio o l'ho visto nella serata sbagliata. Bah.



TETRO di Francis Ford Coppola (il trailer)

Assolutamente sì.

[Fra qualche giorno vedrò anche Guerriglia ma già L’argentino fa del CHE il miglior film di Steven Soderbergh. Non me lo sarei mai aspettato, devo ammetterlo]
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 02:11 | link | commenti (20)
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domenica, 26 aprile 2009

GRAY'S ANATOMY



LITTLE ODESSA
(1994). L'esordio, fosco e raggelante. Quartieri, comunità, famiglie. James Gray traccia da subito le coordinate spaziali e mentali nelle quali il suo uomo si dibatte, alla ricerca di una individualità che riesca a non confliggere troppo con il senso di appartenenza alla famiglia, di una libertà d'agire (e d'amare) che venga a patti col determinismo del sangue. Un'utopia esistenziale dolorosissima e lontana dal realizzarsi. I panni sporchi si lavano in casa, soprattutto quando sono insanguinati, ma la redenzione è negata. E tra lenzuola stese, fintamente candide come il sudario di neve sporca che ricopre New York, Gray lascia la sua prima tragica firma d'autore.

THE YARDS
(2000). L'opera seconda, decisamente sottovalutata, nonché l'inizio del mirabile sodalizio con l'ottimo Joaquin Phoenix. Nuove misurazioni dei luoghi attorno a sé, binari che disegnano le sbarre di una città-prigione, spazi comunitari che si scontrano, implodendo nella violenta ricostruzione di una famiglia. La messinscena di Gray punta ancora più in alto tra turgori coppoliani e cupezze viscontiane; il melodramma metropolitano è scandito dalle note solenni, quasi operistiche, di Howard Shore. Terribile l’ambiguità del dénouement finale: non c’è tradimento se a salvarsi è la famiglia. Chi ne è fuori è per forza di cose (e d’anagrafe) condannato.

I PADRONI DELLA NOTTE
(2007). Non posso che ripetere, se possibile con maggiore entusiasmo, quel che ne scrissi al suo comparire nelle sale italiane giusto un anno fa. Nelle forme elegantemente dure di un poliziesco color cobalto e metallo (aperto dal bianco e nero brusco e obitoriale delle istantanee di Leonard Freed), Gray intona un requiem solenne all’impossibilità del compromesso in un mondo di spazi (fisici e mentali) chiusi e impermeabili tra loro (la polizia, i malavitosi, la famiglia, le etnie). Stile poderoso e magnetico: le traiettorie morali sono create dal solo sguardo. In virtù di questo, ad esempio, la strepitosa sequenza dell’inseguimento anziché essere giocata sul dinamismo della corsa e dei veicoli è tutta racchiusa nell’abitacolo, stretta sul volto di Joaquin Phoenix, con la pioggia che occlude ancor di più il campo visivo. Si balla (e si fa l’amore) sull’orlo della notte del libero arbitrio: disco inferno.

TWO LOVERS
(2008). La consacrazione, anche ad opera di chi finora lo aveva snobbato. Film che (mi) colpisce al cuore e allo sguardo come pochi. Crudele educazione sentimentale passata al setaccio di un magnifico sguardo noir, antropologia amorosa che segue percorsi "obbligati" segnalati dalle luminescenze serali e notturne della città, mélo soffocato e chiuso a chiave nella stanza di Leonard (l’amour fou è diventato una malattia da curare). Trovo ancora difficile parlarne, più saggio rimandare a chi ha saputo analizzarne le dolenti geometrie con acuta sensibilità. La poetica grayana degli spazi individuali e comunitari che si fanno guerra (qui silenziosa e sottopelle ma ugualmente devastante) raggiunge picchi di struggente intensità. Come quei due sublimi sguardi in macchina, in cui la disperata costruzione di uno spazio di assoluta libertà amorosa ed esistenziale non trovando più sfogo oltrepassa letteralmente lo schermo, implorando per un attimo lancinante il nostro aiuto.



Aspetto il giorno in cui James Gray deciderà di girare un film interamente in una discoteca. Quel giorno sarà un grande giorno, credo.
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 04:30 | link | commenti (21)
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giovedì, 09 aprile 2009

CLIVE CORRE



...e sta fermo un giro.

Stavo per dimenticarlo. THE INTERNATIONAL di Tom Tykwer. Qui.
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 15:50 | link | commenti (10)
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domenica, 29 marzo 2009

IL VECCHIO E IL MARE




Qualche appunto in attesa di trovare parole adeguate, se mai ci sarà la concentrazione necessaria, per parlare di due film che se non sono capolavori poco ci manca. GRAN TORINO di Clint Eastwood e PONYO SULLA SCOGLIERA di Hayao Miyazaki, ovviamente. Due opere che a uno sguardo sbrigativo sembra giochino al ribasso rispetto alle relative filmografie dei due autori e invece sono di una ricchezza tersa e inebriante.

Magnifica pedagogia liquida, di terra e di mare, che osserva i confini, ne rielabora la paura e il rispetto (passando anche attraverso il disprezzo) per imparare a conoscerli, a esplorarli, infine a scavalcarli. Mutanti anche le forme adottate, nonostante l’apparente (e giusta) classicità del segno: un'opera funebre (e testamentaria) che vira, con grazia e violenza, in calda commedia di formazione (sì, una commedia!) ruotante attorno al corpo-palinsesto di Clint Eastwood; pennellate gentili ad altezza di bambino che disegnano un’apocalisse terribile sventata in forma di delirante Silly Simphony.

Due finali, una ripartenza. In un Giappone costiero dai colori pastello il bacio galleggiante tra un bambino e una bimba-pesce, su una strada americana che attraversa la regione dei Grandi Laghi un ragazzo Hmong e un labrador a bordo di una Gran Torino (quest’ultima scena sembra l’incipit di una barzelletta razzista, una di quelle che Walt Kowalsky ama raccontare al bar, invece è l’inizio di un nuovo mondo).



Eastwood e Miyazaki ci parlano di una civiltà da rifondare.
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 03:58 | link | commenti (18)
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domenica, 22 marzo 2009

WATCH, MEN!



WATCHMEN di Zack Snyder


Quando si è diffusa la voce della preparazione di un adattamento cinematografico del graphic novel-capolavoro "Watchmen" ad opera di Zack Snyder in molti hanno gridato alla lesa maestà. Con "300" il regista aveva già travasato il brutale espressionismo delle tavole di Frank Miller in un enfatico carrozzone naziqueer digital-accademico. Si temeva comprensibilmente il peggio, soprattutto a fronte di un’opera più riflessiva e molto meno disponibile ad una testosteronicità in slow motion. Doveva essere un disastro e, gli sia dato atto, disastro non è stato. [...]

Se volete, continua QUI.
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 03:08 | link | commenti (8)
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mercoledì, 18 marzo 2009

L'ANNO DELL'ARIETE



THE WRESTLER di Darren Aronofsky


Requiem for a (d)R(e)am.
Aronofsky torna al suo titolo più estremo (e discusso), spogliato di tecnicismi e arricchito di un umanesimo muscolarmente dirompente. Ancora una volta il corpo è territorio sfregiato in cui si danno cruenta battaglia sogni e disillusioni, ancora una volta la società dello spettacolo violenta l’anima e la carne. [continua QUI]
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 00:59 | link | commenti (22)
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sabato, 14 marzo 2009

TRA LE RIGHE, TRA LE RUGHE



My advice: go to the theatre, if you want catharsis, please.
Go to literature. Don’t go to the camps.
Nothing comes out of the camps.
Nothing.

THE READER - A VOCE ALTA di Stephen Daldry

Quello di Daldry si configura sempre di più come “cinema cosmetico”.
Il naso posticcio della Kidman/Woolf si doppia nelle rughe applicate al viso della Winslet/Hanna. Al fondotinta da salotto buono che leniva le ulcerazioni tra pagina scritta e corpi frementi di “The Hours” si appaia in quest’ultimo lavoro una regia che incipria di un tono educatamente neutro e cautamente calligrafico, da fiction di lusso, una storia potenzialmente assai disturbante
. [...]

Continua QUI.
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 01:44 | link | commenti (8)
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